mercoledì 8 febbraio 2012

L'elementare bisogno di essere in due

Inquietante, interminabile momento
prima di addormentarsi
il farsi fumoso e terribile dei pensieri
vorrebbe poter cogliere
la pace
del vederti accanto
respirare dormendo
e allora si che sognerebbe
e si lascerebbe sognare.

mercoledì 1 febbraio 2012

Dell' indossare una maschera

Tu indossi una maschera, e io non so nulla del volto che nascondi, ma dall' osservarti, dalla curiosità, nascono delle supposizioni.
1)Tu indossi una maschera perchè pensi che al mondo non piaccia la tua faccia, perché a te non piace e dunque a chi potrebbe piacere.
2)Tu indossi una maschera perché sai che il mondo non accetterebbe la tua faccia, e sarebbe un peso troppo grande remare contro corrente e rischiare di fallire.
3)Tu indossi una maschera perché così è più facile, non devi guardarti allo specchio e prenderti le tue colpe perché il tuo è solo un ruolo.
4)Tu indossi una maschera perché ti conviene, perché è quella giusta, e ad ogni occasione ti garantisci un margine di successo scegliendo dal tuo cassetto quella adatta. Ti compiaci della scelta, le osservi con cura, le ami, e mentre riponi la vecchia sorridi allo specchio perché tu vinci sempre.
5)Tu indossi una maschera perché te l'hanno imposta, e tu non disobbedisci mai perché sai che è rischioso.
6)Tu indossi una maschera perché una faccia non ce l'hai, e quindi ti sei scelto la maschera più di moda, così non sarai mai solo e tutti ti ameranno perché i simili fanno branco, e il branco ha vita tranquilla.
7)Tu indossi una maschera perché una faccia ce l'avevi ma la battaglia l'hai persa, e hai paura di restare nudo e mostrare le cicatrici.
Io sono nudo, e non ho freddo né vergogna.
All'occorrenza indosso una maschera, perché talvolta così si conviene, per non sciupare la faccia.


drawing by Anna Iadicicco

bianco vuoto

Fuori, oltre il vetro,oltre la tenda un po' scostata, il cielo è plumbeo.
L'aria è come densa di cenere.
Sembra si respiri cemento la fuori.
Eppure il mondo gira, la gente vortica,
ognuno nella propria vita,
la chiamano routine!
A me viene da chiamarla paura.
Stare immobili
e rischiare di sentire la propria voce
fa paura ai sani di mente.

mercoledì 18 gennaio 2012

The Life After

E mi dissero che dovevo andarmene, che dovevo trovare il mio posto nel mondo. Io non capivo, non sapevo quale fosse il mio posto nel mondo, quale fosse la mia missione. Non sapevo dove si trovasse casa mia, né se ne avessi una. E dov'era il mio talento? Qual era il mio dono! Io non sapevo nulla, e non mi conoscevo. Ma dovevo andare, si me lo ripetevano sempre, dovevo andare! Dovevo cercare il mio posto nel mondo.
Poi mi innamorai, e fu una storia bellissima, di quelle che cominciano con "c'era una volta", e loro smisero di dirmi che dovevo andare per il mondo a cercare il mio posto. Forse credevano che l'avessi trovato, accanto alla donna che amavo. E io mi sentivo leggero,e non mi interessava più sapere quale fosse il mio dono, perché mi sentivo a casa, mentre prima non sapevo di averla.
Ma la storia finì, e non finì con "happily ever after". E loro mi dissero che dovevo andare, che dovevo cercare il mio posto nel mondo. Si erano sbagliati, si erano sbagliati tutti, e io non avevo più una casa. E mi sentivo forestiero, e il mondo era pesante.
Poi incontrai il conforto di un amico, e mi diceva che ero bravo, e io sapevo fare tante cose. E le facevo tutte, mi piaceva fargliele vedere. Ma un giorno se ne andò, perché doveva seguire la sua strada, e io non capivo, perché le strade c'erano anche li, ma lui doveva seguirne una lontana. E loro presero a dirmi che dovevo andare, che non potevo restare, che dovevo sbrigarmi a trovare il mio posto nel mondo, ché altrimenti non l'avrei più riconosciuto. Io per timore abbandonai tutte le cose che sapevo fare, e che mi piacevano, anche perché non avevo a chi farle vedere, e mi misi a vagare tra mille possibilità ma non feci nulla, perché non conoscevo il mio dono, e quale fosse il mio talento.
Poi un altro giorno – la vita ne è piena – mi dissi basta, che non li avrei più ascoltati, che erano dei bugiardi e che non capivano nulla. Ma loro continuarono a parlarmi, e passarono tanti, tanti giorni, che non saprei raccontarli, e io non li ascoltavo, perché ero cambiato. Arrivò anche il momento in cui me ne dimenticai, dimenticai le parole che mi dicevano perché il loro parlare era un sottofondo così familiare da sembrarmi vuoto, e la vita mi andava bene e non avevo tempo per pensare al mio posto e al mio dono.
E così mi ammalai, di una malattia che solo la morte può guarire, mi ammalai di vecchiaia. E la vecchiaia mi faceva danzare davanti agli occhi tutti i giorni passati, tutti quei giorni che avevo dimenticato, e loro mi consolavano, dicendomi che io avevo un dono, ma io piangevo perché non avevo mai saputo di averlo. E mi confortavano dicendo che avevo una casa, ma io sospiravo perché erano tante e le avevo credute perdute. E mi salutavano, perché dicevano di non avere più nulla da dirmi, ma io sorridevo perché era un arrivederci, io lo sapevo, adesso sapevo tutto, e mi conoscevo, e conoscevo il mio gusto per gli "arrivederci".

martedì 17 gennaio 2012

Autunno 2011

E' tornato l'autunno
e il vento ha riportato la musa
la vorticosa tragicità delle foglie morenti.

Inchiostro parole inchiostro

Si agita giusto al centro del petto
questa smania
di creare
di divenire
di credere
di resistere
affonda le sue unghie nell'autostima, ribelle
alla quiete del corpo
inchiostro parole inchiostro.